Il Consiglio di Stato ha accolto le nostre tesi (respingendo gli appelli dell'Asl e della società affidataria del servizio) a difesa di una società che ha impugnato l'affidamento diretto di un servizio di Ris/Pacs da parte di un Asl di Napoli, sotto le mentite spoglie di un estensione del contratto a servizi complementari ai sensi dell'art. 106, comma 1, lett. b) D.lgs. 50/16, e senza la preventiva autorizzazione di So.Re.Sa (Centrale Acquisiti Regionale)

Il Tar Lazio, in accoglimento delle difese del nostro studio a difesa del Comune, stazione appaltante, ha rigettato la domanda cautelare del secondo classificato nella gara di appalto avente ad oggetto la “redazione ai fini della successiva approvazione del P.U.C.G. di cui all’art. 28 comma 2 lett. a) della l. Reg. 22 dicembre 1998 n. 38…, Predisposizione del D.P.I., progettazione del Piano Urbanistico Comunale Generale (P.U.C.G.) e del Rapporto Ambientale per la Valutazione Ambientale Strategica (VAS) comprensiva della Valutazione d’Incidenza (VINCA)”.

Il Tar Lazio ha accolto le tesi del Comune in merito alla necessità del permesso di costruire per le varianti ex 17, comma 1, lettera f), della L.R. n. 15/2008 che comportano una modifica dell'altezza, del prospetto e della sagoma rientrandosi nella fattispecie delle c.d. varianti essenziali disciplinate dal successivo comma 2 dell'art. 17, della L. R. n. 15/2008.

Il Tar Lazio, in accoglimento delle nostre tesi a difesa della società ricorrente che si era classificata al secondo posto in una gara di appalto (avente ad oggetto la procedura aperta per la gestione integrata dei servizi di biglietteria e di gestione casse, centralino e reception – sorveglianza rettilario ed accoglienza di un noto ente di Roma) ha annullato l'aggiudicazione definitiva della gara.

Il Consiglio di Stato ha accolto le nostre tesi (a difesa del Rti aggiudicatario) respingendo l'appello promosso da una società classificatasi al secondo posto di una gara di appalto che ha sostenuto  l'illegittimità della modificazione soggettiva (in riduzione) della composizione del Rti, a seguito della perdita di un requisito di partecipazione ex art. 80 D.lgs. da parte di una delle mandanti.

Il Consiglio di Stato ha affrontato per la prima volta la questione, a seguito dell'introduzione del comma 19 ter all'art. 48 del Codice, e pertanto la decisione costituisce un precedente di assoluta importanza in materia.

Il Tar Campania, sede di Napoli, ha accolto il ricorso di una società difesa dal nostro studio, specializzata nel settore sanitario nella fornitura di sistemi e servizi, con il quale è stato impugnato la delibera del direttore Generale di un'Asl napoletana con quale è stato disposto l’affidamento diretto, ai sensi dell’art. 106, comma 1, lett. b) D.lgs. 50/16, in favore di un RTI del servizio Ris/Pacs con tecnologia Cloud occorrente ai presidi ospedalieri e territoriali dell’Asl.

Il Consiglio di Stato, in accoglimento delle nostre tesi (a difesa della seconda classificata), ha respinto l'appello dell'aggiudicataria di una gara di appalto per la fornitura di prodotti e servizi per la realizzazione del sistema informatico regionale pugliese.

Il Tar del Lazio, in accoglimento delle nostre tesi a difese di un Comune, ha respinto il ricorso di un costruttore privato avverso l'ordinanza di demolizione per interventi di ristrutturazione edilizia abusivi in violazione delle distanze dalla sede stradale con le seguenti motivazioni: 

"La controversia concerne un manufatto in corso di costruzione composto da un piano terra e un piano interrato; esso trae origine da un edificio preesistente (originariamente realizzato in assenza di titolo edilizio e successivamente sanato con concessione in sanatoria n. 662/SS del 11.11.2010), infine fatto oggetto di un intervento di ristrutturazione edilizia tramite demolizione e ricostruzione di un fabbricato per civile abitazione, ai sensi dell’art. 4 della L.R. n. 21/2009 e ss.mm., il quale così dispone ai commi 1 e 2: “1. In deroga alle previsioni degli strumenti urbanistici e dei regolamenti edilizi comunali vigenti o adottati sono consentiti, con esclusione degli edifici ricadenti nelle zone C di cui al D.M. 2 aprile 1968, n. 1444 del Ministro per i lavori pubblici realizzati da meno di venti anni e previa acquisizione del titolo abilitativo di cui all'articolo 6, interventi di sostituzione edilizia con demolizione anche parziale e ricostruzione, con ampliamento entro i limiti massimi di seguito riportati della volumetria o della superficie utile esistente, degli edifici di cui all'articolo 2, limitatamente alle seguenti fattispecie:

a) per edifici a destinazione residenziale per almeno il 50 per cento, ampliamento fino al 35 per cento; […] 2. Gli interventi di cui al comma 1 sono realizzati nel rispetto delle distanze e delle altezze previste dalla legislazione vigente e dagli articoli 8 e 9 del D.M. 2 aprile 1968, n. 1444 del Ministro per i lavori pubblici e in conformità al D.M. 14 gennaio 2008 del Ministro per le infrastrutture”. Le due ordinanze impugnate con il ricorso introduttivo muovono dal rilievo dell’avvenuta realizzazione delle seguenti opere asseritamente realizzate in difformità della D.I.A. presentata in data 30.03.2015 prot. 15007 e in difformità dal N.O. del competente Ufficio del Genio Civile per le opere realizzate in zona a rischio sismico, nonché in assenza del prescritto nulla osta paesistico - ambientale.

La demolizione è stata conseguentemente disposta ai sensi dell’art. 27, comma 2, del D.P.R. n. 380/2001..

In particolare, la parte ricorrente censura il fatto che l’Amministrazione abbia ritenuto che il manufatto realizzando sia posizionato a una distanza non regolamentare dalla strada di variante speciale.

Ad avviso del Collegio è evidente quindi: a) che alla stregua dell’art. 4, comma 2 della L.R. n. 21/2009 “Gli interventi di cui al comma 1 sono realizzati nel rispetto delle distanze e delle altezze previste dalla legislazione vigente e dagli articoli 8 e 9 del D.M. 2 aprile 1968, n. 1444 del Ministro per i lavori pubblici e in conformità al D.M. 14 gennaio 2008 del Ministro per le infrastrutture”;

b) che la deroga alle previsioni degli strumenti urbanistici e dei regolamenti edilizi comunali, contenuta nell’art. 4, comma 1, della L.R. n. 21/2009, riguarda la facoltà di realizzare “interventi di sostituzione edilizia con demolizione anche parziale e ricostruzione, con ampliamento entro i limiti massimi di seguito riportati della volumetria o della superficie utile esistente”, ma di per sé essa va intesa secondo un criterio di stretta interpretazione e quindi non comporta la derogabilità dell’insieme delle previsioni urbanistiche di interesse generale, con particolare riferimento - per quanto qui interessa - alla zonizzazione stradale e alle relative fasce di rispetto, che costituisce espressione di un complessivo disegno di riassetto urbanistico del nucleo abusivo mediante lo strumento dell’apposita variante speciale; 

c) che in particolare l’art. 22, punto 4) delle N.T.A. della variante generale al P.R.G. subordina la ricostruzione successiva alla demolizione al rispetto delle distanze dai confini e dai fabbricati limitrofi (e quindi a maggior ragione delle distanze previste dalla normativa sugli standard); d) che la previsione della realizzazione della strada, anche ove intesa quale vincolo espropriativo e non conformativo, risultava ancora pienamente vigente al momento della presentazione della D.I.A, essendo stata approvata con la variante pubblicata sul BURL del 28.6.2011; (omissis) e) che la misura della distanza dalla realizzanda sede stradale come calcolata dall’Amministrazione - che è pari a 1, 60 metri per il primo piano, mentre il piano interrato addirittura verrebbe a invadere l’area della sede stradale - è stata sostanzialmente condivisa dal perito nell’elaborato; ed essa è inferiore non solo alla distanza di ml. 7,5, ma anche alla minore delle distanze ipotizzabili come vincolanti ai sensi della normativa vigente, ossia a quella di ml. 5, alla quale ha fatto riferimento il Comune; mentre sul punto il perito di parte ricorrente non controdeduce in punto di fatto; (omissis) g) che quindi l’annullamento della D.I.A. risulta giustificato in relazione al primo dei motivi rilevati (contrasto con l’art. 9 del D.M. n. 1444/1968 in merito alla distanza dell’edificio, come progettato, rispetto alla viabilità prevista nello strumento urbanistico); h) che detto motivo supporta adeguatamente anche la valutazione di prevalenza dell’interesse pubblico su quello privato, come effettuata nel provvedimento impugnato, avendo anche riguardo alla peculiarità delle operazioni di recupero urbanistico dei nuclei abusivi, che implicano fortemente la priorità della tutela dell’interesse pubblico alla corretta gestione del territorio;

Conclusivamente i motivi aggiunti di ricorso vanno in parte respinti e in parte dichiarati improcedibili per difetto di interesse".

Il Tribunale ha accolto le nostre tesi in difesa di una primaria società di gestione della pubblica illuminazione nazionale (concessionaria del servizio di pubblica illuminazione) nei confronti di un importante Comune campano, ravvisando l'infondatezza delle contestazioni di inadempimento sollevate dall'Amministrazione con conseguente condanna di quest'ultima al pagamento di un ingente importo a titolo di canoni di gestione e ratei di ammortamento dei lavori di ammodernamento degli impianti in precedenza eseguiti.

La Corte dei Conti del Lazio ha respinto l'atto di citazione della Procura nei confronti dell'ex Presidente della Giunta Regionale del Lazio difeso dal nostro studio.

Nella sentenza testualmente si legge: "Con decreto del Presidente della Giunta Regionale n.610 del 12 aprile 1976 viene adottata la dichiarazione di pubblica utilità e definita l’indennità di esproprio (calcolata tenendo conto del valore agricolo dei beni) per i beni appartenenti all’Aventino Frutta srl; tale atto, derivava dall’istanza del Comune di Roma presentata in data 24 marzo 1976. In seguito, su istanza del Comune di Roma del 26 aprile 1979, dovuta a decorrenza dei termini e necessità di rinnovare la procedura, è stata nuovamente dichiarata la pubblica utilità con decreto della Giunta Regionale n. 1358 del 16 ottobre 1979 e annullamento del precedente decreto 610. A seguito di questo secondo atto, e nuovamente su istanza del Comune del 14 maggio 1980, la Giunta emette il decreto di esproprio n.1686 in data 31 ottobre 1980 rinnovando la definizione delle indennità di esproprio dei terreni in base al valore agricolo degli stessi. 

La pretesa risarcitoria deriva dalla sentenza della Corte d’Appello di Roma n. 2875 del 2014 che ha sancito l’obbligo di corrispondere alla Società Aventino Frutta srl l’indennità di esproprio dell’area oggetto della controversia e l’indennità di occupazione abusiva per il periodo precedente all’esproprio. 

Si evince dalla sentenza che la procedura ha avuto inizio nel 1972, ossia prima di qualunque intervento della Giunta presieduta dal convenuto, con una occupazione di area destinata a pubblica utilità. Il danno oggetto della controversia è quello derivante dall’obbligo di corrispondere l’indennità per l’occupazione dell’area con irreversibile modifica della stessa (dal 1972 al 1980) e l’indennità di esproprio successiva. Il decreto di esproprio del 1980 costituisce il momento in cui la procedura è rientrata in una forma di regolarità (tanto che in uno dei gradi del giudizio il momento del decreto di esproprio viene considerato quello da cui la causa cambia di natura e diventa opposizione alla valutazione dell’indennità di esproprio). 

Il ritardo nella dichiarazione di esproprio viene per la prima volta indicato nella relazione della Guardia di Finanza del 22 gennaio 2018, allegata alla citazione. In tale relazione, ricostruita la vicenda giudiziaria, si afferma sussistere un colpevole ritardo della Giunta Regionale nell’adozione dei propri atti. 

Tale colpevole ritardo, tuttavia, non emerge dalla valutazione del procedimento a seguito di acquisizione di tutti gli atti dello stesso. 

Invero, dalla cronologia degli atti si evince che tra il decreto 610/1976 e il successivo (1358/1979), sono decorsi i due anni prescritti dalla legge, per cui il Comune ha richiesto alla Regione il “rinnovo della procedura”, ritardi causati però per gli inadempimenti del Comune e non da parte della Regione. 

In nessun punto della sentenza della Corte di appello si fa riferimento alla Regione Lazio, che per altro non era chiamata in giudizio, come uno dei possibili responsabili del quantum del risarcimento riconosciuto al soggetto espropriato. 

Agli atti perciò risulta che tale ritardo non vi è stato o, se vi è stato, è imputabile esclusivamente al Comune. 

D’altra parte, la vicenda processuale civilistica ha riguardato la quantificazione dell’indennità di esproprio, non la durata della procedura, né le asserite inadempienze e i ritardi della stessa. In nessun caso, né nelle sentenze, né nella relazione della Guardia di finanza, né negli atti della procura si fa alcun cenno ad eventuali errori o ritardi della Giunta regionale nella determinazione delle indennità. 

Ne consegue che, in punto di fatto, non vi è alcuna prova che il convenuto , in disparte il fatto che è stato Presidente della Regione solo in una parte del lasso di tempo che ha interessato la procedura espropriativa de qua, abbia causato quel colpevole ritardo che gli viene attribuito dalla procura. 

Non vi è prova né di comportamenti gravemente colposi o negligenti né di alcun “colpevole ritardo” come risulta da tutti gli atti depositati. Né, per altro, la citazione fa alcun cenno a quali sarebbero stati i comportamenti colposi, limitandosi al rinvio alla relazione della Guardia di Finanza in cui si riferisce di una assenza di provvedimenti dovuti o di adozione in colpevole ritardo, che, come indicato, è smentita dai documenti acquisiti. 

Ne consegue che la citazione deve essere respinta per mancanza di prova dell’elemento soggettivo e il convenuto mandato assolto da ogni addebito.